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PAGINE DI LETTERATURA


YASUNARU KAWABATA


LA CAVALLETTA E IL GRILLO
Lungo il muro dell’università, e poi oltre il muro fin davanti al liceo: dall’erba scura,
sotto le nere frasche dei ciliegi, nel giardino della scuola delimitato dalla fila bianca dei
paletti, giunge un frinire d’insetto. Rallento il passo e tendo l’orecchio, anzi, intento in quel
frinire, prendo a destra in modo da non discostarmi dal giardino del liceo, poi a sinistra: lì
s’avvia una riva dove non paletti son piantati, ma cedri. All’angolo dove ho svoltato a sinistra:
ehi! allungo lo sguardo luccicante, affretto il passo.
Giù per la riva lì davanti, graziose lanterne colorate baluginavano aggruppate come una
festa d’Inari nella campagna deserta. Non c’è bisogno d’avvicinarsi per capire che son dei
bambini a caccia d’insetti nell’erba dell’argine. Le lanterne non sono più d’una ventina. E non
solo ogni lanterna accende luci rosse rosa blu verdi viola gialle… : ciascuna luce accende
scintillii di ogni colore. Non mancano le piccole lanterne rosse che si comprano al negozio.
Le più, però, sono graziose lanterne quadrate che i bambini si sono ingegnati a costruire con
le proprie mani. Dietro questo adunarsi d’una ventina di bambini sulla riva solitaria, dietro
questo baluginare di bei lumi, non può non esserci una storia.
Forse uno dei bambini della contrada, una sera aveva udito su questa riva un frinire
d’insetti. L’indomani sera, comprata una lanterna rossa, era andato a scovare le tane dove
frinivano gl’insetti. La sera seguente i bambini erano diventati due. Il nuovo bambino non
aveva potuto permettersi una lanterna: aveva ritagliato il davanti e il retro d’una scatola di
cartone, ci aveva incollato dei fogli di carta e piazzato una candela sul fondo, poi ci aveva
appeso uno spago alla sommità. I bambini erano diventati cinque, poi sette. E avevano
imparato, una volta ritagliata la scatola di cartone, a colorare e disegnare i fogli da incollare
sulle aperture. Qua e là nella scatola di cartone, i piccoli artisti geniali ritagliavano cerchi
triangoli rombi, forme di foglie d’albero, poi dipingevano le finestrelle ciascuna d’un colore
differente, e allora da cerchi e rombi e rosso e verde nasceva una sorta di motivo decorativo. I bambini che s’eran comprati la lanterna rossa, dovevano poi averla gettata via, quella banale
lanterna che si acquista al negozio, e pure i bambini che già possedevano lanterne fatte da
loro, se erano lanterne di semplice fattura, dovevano averle messe da parte: il disegno di luce
che s’erano portati appresso l’altra sera, già l’indomani non soddisfaceva più; di pomeriggio,
con davanti scatole di cartone e fogli pennelli forbici temperino colla, si buttavano a capofitto
ad apprestare ogni giorno una nuova lanterna: «La mia lanterna! Dev’esser la più originale e
bella!», avranno pensato nell’uscire la sera a caccia d’insetti.
Ecco come dev’esser andata perché io mi trovassi davanti agli occhi quella ventina di
bambini e quelle belle lanterne.
Indugiavo a occhi sgranati. Tra le lanterne quadrate non ce n’è solo di quelle ritagliate
secondo antiche fogge o a motivi floreali, ce n’è col nome del costruttore, «Yoshihiko» per
esempio, o «Ayako», intagliato in katakana 1. Poiché non è come disegnare su una lanterna
rossa, ma s’ è trattato di ritagliare una scatola di cartone e su quella incollare dei fogli, la luce
della candela, da quell’unica finestra del disegno, trapela col colore e con la forma del disegno
stesso. Così, con una ventina di lumi a rischiarare l’erba, i bambini stanno accoccolati sulla
riva, tutti quanti in gran concentrazione, protesi verso il frinire degl’insetti.
«C’è nessuno che vuole una cavalletta? Una cavalletta!» saltò su a un tratto un
ragazzetto che, discosto sette o otto metri da tutti gli altri bambini, teneva lo sguardo fisso
sull’erba.
«A me, a me!». Subito in sei sette corsero lì a guardare nell’erba, che pareva volessero
arrampicarsi sulle spalle del bambino che aveva trovato l’insetto. Ma il ragazzetto spinse via
le mani che si allungavano, e ritto in piedi con entrambe le braccia aperte come a proteggere
la porzione d’erba dov’era l’insetto, scuotendo la lanterna nella destra gridò di nuovo ai
bambini che stavano sette o otto metri in là:
«C’è nessuno che vuole una cavalletta? Una cavalletta!».
«A me, a me!».
1 Sillabario fonetico, le cui lettere sono di forma piuttosto squadrata.
Vennero di corsa in quattro o cinque. Evidentemente non c’è verso di catturarli
gl’insetti, se persino le cavallette sono così pregiate. Il ragazzetto gridò per la terza volta:
«C’è nessuno che vuole una cavalletta?».
Si fecero sotto in due o tre.
«Dalla a me, ti prego. Dalla a me» disse, da dietro il ragazzino che aveva trovato
l’insetto, una bambina appena sopraggiunta. Il ragazzetto si voltò con noncuranza, poi
ubbidiente s’abbassò, si passò la lanterna nella sinistra e infilò la destra nell’erba:
«È una cavalletta, eh!».
«Va bene. Dammela!».
Subito il ragazzetto si tirò su e, il pugno chiuso: «Ecco», lo spinse davanti alla bambina.
La bambina s’infilò al polso lo spago della lanterna che reggeva nella sinistra, e con entrambe
le mani fece scudo intorno al pugno del ragazzetto. Questi zitto zitto apre il pugno. L ‘insetto
è già tra il pollice e l’indice della bambina.
«Ehi, è un grillo! Non è una cavalletta! », e le brillarono gli occhi nel guardare il piccolo
insetto bruno.
«È un grillo! È un grillo!».
I bambini modularono una voce invidiosa.
«Sì ch’è un grillo! Sì ch’è un grillo!».
La bambina gettò uno sguardo luccicante di furbizia sul ragazzino che le aveva dato il
grillo, poi aprì il retino che teneva appeso al fianco e vi lasciò cadere dentro l’insetto.
«Sì, ch’è un grillo!».
«Sicuro ch’è un grillo» bofonchiò il ragazzetto che aveva catturato il grillo; poi levò la
sua bella lanterna variopinta sulla bambina che si teneva il retino davanti al naso e ci guardava
dentro, e nel farle luce di tant’in tanto le lanciava una sbirciata.
Ah, ecco! Mi sentivo un po’ colto alla sprovvista dal ragazzetto, e deprecavo la mia
ingenuità, ché solo adesso sapevo leggere le sue manovre di prima. Di nuovo: ah! Trasalii.
Guardate! Il petto della bambina: non ci fan caso né il ragazzetto che ha dato via l’insetto, né
la bambina che l’ha ricevuto, né i bambini che stanno a guardare i due.
Eppure, in quella luce verde che si riflette appena sul petto della bambina, non si legge
forse chiaro «Fujio»? Il disegno di luce sulla lanterna che egli tiene accanto al retino della
ragazzina si riflette sullo yukata bianco di lei nella forma e nel colore del verde incollato
sull’intaglio del nome del ragazzino: «Fujio». Poiché la lanterna della bambina penzola
invece dal suo polso sinistro, a voler leggere il riverbero scarlatto baluginante attorno al
fianco del ragazzino, benché non così distinto come «Fujio», vi si può leggere «Kiyoko». Di
questo gioco dei riverberi verdi e rossi – ma chissà se è un gioco – Fujio e Kiyoko non sanno.
E anche se di certo si ricorderanno sempre Fujio d’aver dato il grillo, Kiyoko d’aver
ricevuto il grillo, nemmeno si sognano Fujio che il suo nome sia scritto di luce verde sul petto
di Kiyoko e il nome di Kiyoko sia scritto di luce rossa sul suo fianco, Kiyoko che sul suo
petto sia impresso di luce verde il nome di Fujio e sul fianco di Fujio sia impresso di luce
rossa il suo nome, né potranno serbarne memoria.
Piccolo Fujio! Anche quando saluterai i giorni della giovinezza, se dicendo a una
donna: «Ecco una cavalletta!» le donerai un grillo e vedrai la donna gioire ed esclamare
«Toh!», sorridi contento. O se dicendo: «Ecco un grillo!» le donerai una cavalletta e vedrai la
donna rabbuiarsi e dire: «Toh?», sorridi contento.
E poi, sebbene tu sia stato così intelligente da cercarti l’insetto nell’erba per conto tuo,
discosto dagli altri bambini, grilli non ce n’è così spesso. Pure a te accadrà di catturare donnecavalletta
convinto che siano grilli.
Così, se mai verrà infine il giorno che al tuo cuore deluso persino grilli autentici
parranno cavallette, che al mondo ti sembrerà non esserci altro che cavallette, allora sì, mi
rincrescerà che tu non possa ricordare il gioco di luce che stasera il lume verde della tua bella
lanterna disegnava sul petto della bambina.
Da: Kawabata Yasunari. Racconti in un palmo di mano. Marsilio, Venezia 2002.





LUIGI PIRANDELLO: DA NOVELLE PER UN ANNO

film I PROMESSI SPOSI








 

 

 

 

 

GIACOMO LEOPARDI

 IDEE E POETICA 

Leopardi si interroga sul PERCHE' L'UOMO E' INFELICE.

La sua prima risposta è: l'uomo è infelice perché ricerca SEMPRE il piacere assoluto. Ma questa non è raggiungibile mai, neppure con i piccoli piaceri quotidiani quindi l'uomo è destinato a soffrire, a sentirsi sempre inappagato e le cose non hanno alcun valore, sono un NULLA.

La NATURA,  in questa prima fase è concepita da Leopardi come MADRE BENIGNA, che cerca da sempre di soccorrere l’uomo donandogli un aiuto: l’immaginazione e le illusioni. Per questo gli uomini primitivi e gli antichi Greci e Romani, più vicini alla natura, erano felici. Il progresso della civiltà, opera della ragione, ha allontanato l’uomo da quella condizione privilegiata. Leopardi vede in modo negativo il presente (PESSIMISMO STORICO) perché ha allontanato l'uomo dalla felicità originaria. 

La poesia di Leopardi in questa fase è alla ricerca della spontaneità, di un mondo incontaminato proprio dei fanciulli e degli antichi. Alcune Canzoni di Leopardi affrontano i temi della vita civile con polemiche verso il presente pigro e corrotto.

 

Successivamente (2^fase) questa concezione di natura benigna  entra in crisi: la natura infatti ha come obiettivo la conservazione della specie e quindi può anche sacrificare il bene del singolo e portare con sé solo sofferenza. È la natura che ha messo nell’uomo quel desiderio di felicità infinita, senza dargli mezzi per soddisfarlo. Leopardi concepisce la natura non più come madre amorosa, ma come MATRIGNA crudele, in cui la sofferenza degli esseri e la loro distruzione è una necessità. La COLPA dell’infelicità non è più dell’uomo stesso ma solo della natura, l’uomo non è che VITTIMA innocente della sua crudeltà. Se causa dell’infelicità è la natura allora tutti gli uomini sono infelici ( PESSIMISMO COSMICO).

Leopardi in questa fase abbandona la poesia civile e quella degli eroi: se l’infelicità è causata dalla natura, sono inutili la protesta e la lotta. Subentra infatti in Leopardi un atteggiamento ironico, distaccato e rassegnato. Negli Idilli emerge un Leopardi più autobiografico, intimistico, limpido e semplice nel linguaggio, ma sempre misurato e raffinato, Il poeta si tuffa nel passato attraverso la MEMORIA. 

 

L'ultima fase del pensiero di Leopardi (3^fase) corrisponde al periodo in cui il poeta lascia definitivamente Recanati, stringe amicizia con Ranieri, entra in contatto con gli intellettuali del tempo... la sua vita si arricchisce di relazioni umane.  Qui matura una nuova convinzione: la sofferenza dell'uomo è causata dalla NATURA MATRIGNA, ma se si capisce questo gli uomini possono unirsi per COMBATTERE LA NATURA. Il legame di SOLIDARIETA'  tra gli uomini può far cessare le sopraffazioni e le ingiustizie della società.

Le opere di Leopardi diventano più essenziali, nude, severe, il linguaggio si fa spezzato, privo di musicalità ma più energico.

 

IL SABATO DEL VILLAGGIO

 

La donzelletta vien dalla campagna
in sul calar del sole,
col suo fascio dell'erba; e reca in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole, ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno;
e novellando vien del suo buon tempo,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea danzar la sera intra di quei
ch'ebbe compagni nell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna,
torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti,
al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore;
e intanto riede alla sua parca mensa,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
e tutto l'altro tace,
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna,
e s'affretta, e s'adopra
di fornir l'opra anzi al chiarir dell'alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
pien di speme e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo'; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

Per la Parafrasi e il commento vedi  questo link


GIOVANNI BOCCACCIO













FRANCESCO PETRARCA


LA SELVA OSCURA IN MUSICA
 


L'INCONTRO CON ULISSE

 



STUDIARE DANTE CON LE IMMAGINI
 UNA SEMPLICE SPIEGAZIONE PER STUDIARE





LA DIVINA COMMEDIA A FUMETTI:
INFERNO
PURGATORIO
PARADISO

OPPURE UN PERCORSO GUIDATO 

CON LA SPIEGAZIONE DI OGNI PASSO

http://www.mediasoft.it/dante/

 















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